IL CUCCIA

Il luogo più sicuro dove coltivare il dubbio

Anno II - Numero 16

La vita può essere capita solo all’indietro.
Ma va vissuta in avanti.
Soren Kierkegaard


mercoledì 26 aprile 2017

Def: andiamo verso il pareggio di bilancio. La morte definitiva del Paese

Sarò breve: secondo quanto previsto dal Def varato dal Governo Gentiloni, il prossimo anno (cioè nel 2018) l’Italia dovrà raggiungere un rapporto deficit/Pil dell’1,2%! Cosa vuol dire questo?

Vuol dire che, oltre ad effettuare ulteriori tagli selvaggi alle voci di spesa pubblica più sensibili (sanità e pensioni) e a condurre una lotta giacobina all’evasione fiscale (massacrando soprattutto cittadini e imprese), il Governo dovrà incassare in misura pressoché equivalente a quanto spende, lasciando quasi ZERO ricchezza ai cittadini!
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Piano Junker, a che punto siamo?

Il piano investimenti per l’Europa, noto anche come Piano Juncker, sta arrivando a metà della sua vita. Approvato nel 2015, sarebbe dovuto durare fino al 2018, ma proprio in questo periodo si sta prendendo in considerazione una sua possibile estensione fino al 2022.

di Francois Bethaz e Simone Pasquini

Il Piano Juncker ha fatto davvero ripartire gli investimenti? Analizzando la composizione degli investimenti finora finanziati, è possibile constatare che, nonostante i suoi progressi, il piano Juncker continua ad avere un peso complessivamente quasi irrilevante rispetto al totale degli investimenti mossi sia in Europa che nella sola Italia.

L’obiettivo principale del Piano potrebbe essere così riassunto: aumentare la quantità di investimenti in Europa facendo si che questi investimenti raggiungano l’economia reale, andando a finanziare tutti quei progetti che normalmente non riuscirebbero a raccogliere fondi.
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Cosa frena l'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro

Invecchiamento della popolazione, crisi economica e pur necessarie riforme pensionistiche hanno inciso molto sull’occupazione dei giovani e degli uomini adulti. Solo uno sviluppo vivace può permettere il ritorno ai tassi di occupazione pre-crisi.

di Gianpiero Dalla Zuanna e Anna Giraldo

Sulla triplice spinta della crisi, dei mutamenti sociali e delle modifiche legislative, la demografia del mercato del lavoro italiano è profondamente cambiata. Grazie ai dati della Rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat, è possibile leggere con precisione quanto è avvenuto nel decennio 2007-2016.
Nel 2007, in Italia lavoravano più di 22 milioni e 500 mila persone. Con la crisi, il numero degli occupati è progressivamente diminuito, fino al minimo nel 2013, con meno di 22 milioni di lavoratori, crescendo poi rapidamente nel triennio successivo, per ritornare nel 2016 quasi ai livelli pre-crisi (tabella 1). La crisi occupazionale è quindi superata? Purtroppo la realtà è molto più articolata e meno rosea.
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Quattro riforme necessarie per far funzionare l'Ue

Le 4 riforme necessarie per far funzionare l'UE dal punto di vista tedesco: meno welfare per gli immigrati, uscita temporanea dall'Euro, default sul debito pubblico e rimborso annuale dei saldi Target da farsi con l'oro.

di Hans Werner Sinn

Se vogliamo che l'UE sopravviva, dobbiamo fare le riforme necessarie. Soprattutto per l'euro abbiamo bisogno di nuove regole. Chi non le rispetta, in caso di dubbio, dovrà uscire. Anche il fallimento degli stati non deve essere più un tabù.

Nessun dubbio: il Trattato di Roma firmato il 25 marzo 1957 ha garantito all'Europa decenni di pace e prosperità. La politica in seguito si è fatta arrogante: con il Trattato di Maastricht (1992) e il Trattato di Lisbona (2007), più concretamente con l'Euro, con le regole per la libera circolazione e l'integrazione sociale, con i sistemi di redistribuzione e la garanzia comune sui debiti e con i rischi connessi di un abuso. È emerso uno squilibrio che può distruggere l'UE. L'uscita dall'UE dei britannici e la de-industrializzazione del sud-Europa sono le conseguenze tangibili di questa avventatezza. Per stabilizzare l'unione è necessaria una modifica urgente dei trattati. Si tratta prima di tutto di fare 4 riforme chiave.
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martedì 18 aprile 2017

Il bello della (democrazia) diretta. E anche il brutto

Quali sono i pro e i contro della democrazia diretta? E quali caratteristiche hanno i paesi che più la utilizzano? Per “spacchettare” senza danni un tema specifico dalla delega generale data agli eletti servono cittadini istruiti e stabilità politica.

di Riccardo Puglisi

Il referendum su Brexit e quello sulla riforma costituzionale Boschi-Renzi hanno riportato con forza l’attenzione del pubblico sugli strumenti di democrazia diretta, anche se ci si è più che altro concentrati sulla (scarsa) capacità da parte dei sondaggisti di prevedere quale posizione avrebbe vinto poi. Nel panorama politico italiano a ciò si aggiunge l’apprezzamento da parte del Movimento 5 Stelle per queste forme di decisione politica che scavalcano la tradizionale rappresentanza parlamentare.
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L'assegno per una ricollocazione che continua a non funzionare

Si parla tanto dell’assegno di ricollocazione come strumento innovativo di punta del Jobs Act (d.lgs 150/2015) per rilanciare l’occupazione. Però, fin dall’esordio della sperimentazione, si capisce che lo strumento non funziona. La sperimentazione ha riguardato, sui circa 7-800 mila percettori della Naspi (nuova assicurazione sociale per l’impiego) solo 20.000 lavoratori, estratti a sorte. Di questi, all’avvio, hanno risposto solo in 600, come ha rilevato il professor Pietro Ichino. 

di Luigi Oliveri

È possibile che col procedere della sperimentazione la percentuale per ora molto bassa di lavoratori interessati aumenti. Il punto non è questo quanto, piuttosto, la stessa concezione dello strumento dell’assegno di ricollocazione come metodo per riformare i servizi per il lavoro e renderli più efficaci.
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