Il luogo più sicuro dove coltivare il dubbio

Anno II - Numero 8

Usciremo fuori da questo decadimento solo attraverso un'immensa rettificazione morale.

Léon Degrelle

martedì 31 gennaio 2017

La rischiosa scommessa dei mercati: puntare su Trump senza credergli

Dietro i record di Wall Street, la fiducia nel programma del presidente. Ma non si prende sul serio il suo protezionismo

di Mario Seminerio

Come è possibile avere contemporaneamente alla Casa Bianca un uomo che passa il tempo lanciando virulenti proclami protezionistici e mercati finanziari di tutto il mondo che crescono come se fossimo entrati in una nuova era di libero scambio e globalizzazione rampante, con la ciliegina sulla torta della “soglia 20.000” dell’indice Dow Jones? È quello che molti osservatori ed investitori si chiedono, dopo i rialzi successivi all’elezione di Donald Trump, lo scorso 9 novembre.

Trump e l'attualità di Keynes: il nostro futuro è nel protezionismo


Jacques Sapir sul suo blog Russeurope smantella il mito della superiorità del libero scambio, mostrando come già negli anni 30, dopo la Grande Crisi, i suoi limiti fossero ben chiari a Keynes, soprattutto dal punto di vista degli effetti sociali. Quello che oggi è sotto i nostri occhi – la moltiplicazione dei conflitti, l’accumulo crescente di ricchezza nelle mani di pochi, la crisi della democrazia – conferma la lucidità della visione di Keynes e mostra come le politiche protezioniste di Trump e tanti altri siano molto più sensate di quanto la stampa mainstream voglia fare credere. Al contrario, conclude Sapir: il nostro futuro è nel protezionismo.

di Jaques Sapir

Le recenti dichiarazioni di Donald Trump, e la sua politica di pressione sui grandi gruppi industriali attraverso messaggi inviati via Twitter; ma anche dichiarazioni “molto francesi”, come quelle di Arnaud Montebourg sul “produrre francese” hanno riproposto la questione delle moderne forme di protezionismo. Nel dibattito che si apre oggi intorno alla campagna per eleggere il prossimo Presidente della Repubblica, è chiaro che questo problema occuperà una posizione di primo piano. Un certo numero di candidati dichiarati – o di candidati alla candidatura – hanno preso posizione su questo tema. Ma in realtà, questo dibattito c’è già stato.

Lo smarrimento dell'establishment tedesco dopo le prime dichiarazioni di Trump


Sebastian Müller e Heiner Flassbeck su Makroskop ripercorrono le prime dichiarazioni di Trump e le reazioni della politica tedesca. Il mercantilismo praticato dalla Germania è illegale e la posizione tedesca è sempre più indifendibile.

di Sebastian Müller e Heiner Flassbeck

Quando Donald Trump è stato eletto presidente, noi di Makroskop ne avevamo già parlato. E proprio all'inizio dell'anno Trump ha minacciato la Cina di imporre tariffe doganali del 45% sulle importazioni cinesi. Era già chiaro dove il viaggio appena iniziato ci avrebbe portato. Poco dopo l'annuncio di Trump sulla Cina, il 13 gennaio Heiner Flassbeck sulle pagine su Makroskop scrivevamo: "La Germania dovrebbe fare molta attenzione a come Trump si comporterà nei confronti della Cina. In questa partita internazionale anche il paese tedesco – il membro del G20 con il più grande surplus commerciale (pari al 9% del PIL) – ha molto da perdere.

Come si risolve il problema dei voucher

Rappresentano una piccola quota del reddito e prestazioni che in ogni caso non si tramuterebbero in contratti stabili, ma che semmai non verrebbero commissionate. Dunque anche se si aboliscono i voucher resta la questione di come regolamentare il lavoro accessorio. I possibili tetti all’utilizzo.

di Simone Ferro

I voucher sono un metodo per retribuire prestazioni di lavoro accessorie. Il datore di lavoro acquista i buoni online, oppure presso poste, edicole, banche o tabaccai e li consegna al lavoratore che, del valore facciale di 10 euro, ne incassa 7,5. I restanti 2,5 si ripartiscono in contributi e spese di gestione Inps e una copertura Inail. Questo reddito non dà diritto ad alcun ammortizzatore sociale, ma è riconosciuto ai fini del calcolo della pensione, non incide sullo stato di disoccupazione del lavoratore ed è esente da imposte.
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