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Anno II - Numero 12

L'oggi è maestro del domani.
Publilio Siro

martedì 7 febbraio 2017

L'italianità e la pancia piena. Di Btp

Mentre attendiamo di sapere se Intesa lancerà l’assalto finale a Generali, malgrado i presagi di sventura sull’aggregazione che spirano forti dalle parti del Financial Times, ricordiamo una delle frasi con cui parte della nostra stampa ha accolto la notizia del probabile takeover del Leone triestino: “Generali ha in pancia settanta miliardi di Btp!”. 

Qualcuno ha raccontato, aneddoticamente, di come tempo addietro una aggregazione tra società di gestione del risparmio fosse saltata perché la parte estera chiedeva a quella italiana di ridurre drasticamente il peso dei Btp in portafoglio. Questa pare un’amena idiozia, nel senso che una Sgr non dovrebbe avere un eccesso di titoli di stato in portafoglio, se solo seguisse benchmark globali. Ma non divaghiamo. Difendere l’italianità di Generali, tra le altre cose, per quei 70 miliardi? In che senso?

Ammoniscono oggi alcuni commentatori tifosi dell’italianità: “ricordate quando, nel 2011, le banche italiane hanno comprato i nostri titoli di stato, che nessuno voleva?”. Si, lo ricordiamo, senza particolare orgoglio ma con preoccupazione che persiste, visto che le nostre banche appaiono ancora, mediamente, legate a triplo filo al debito sovrano italiano. Quando i tedeschi, che nel frattempo si sono messi di traverso al completamento dell’unione monetaria europea proprio per questo legame banco-sovrano, chiesero di penalizzare con accantonamenti di capitale il possesso di titoli di stato oltre date soglie, politici e banchieri italiani gridarono alla lesa maestà: “giù le mani dal nostro debito!”.

Eppure, questa non appare una posizione molto lungimirante. Certo, ridurre l’incidenza dei titoli di stato in portafoglio alle nostre banche porrebbe verosimilmente problemi di gestione del debito pubblico, in termini di assorbimento. Del resto, se i nostri istituti avessero diversificato i propri investimenti su titoli di stato di altri paesi dell’Eurozona, ora si troverebbero con ricche plusvalenze. È il solito banale principio della diversificazione, che però in Italia pare non attecchire, come potrebbero ricordarvi i cari estinti della Fondazione MPS. Ma torniamo a Generali, e non solo. Forse chi commentava sullo stock di titoli di stato italiani della compagnia triestina lo faceva argomentando che avere una compagnia assicurativa italiana servirebbe a garantirsi un canale di collocamento del debito pubblico nazionale? Grosso errore.

Se l’interesse da tutelare è quello dei sottoscrittori di polizze (o di gestioni patrimoniali e fondi, inclusi quelli pensione), allora serve diversificazione degli investimenti. Servono benchmark europei o globali, nei quali il peso dell’Italia è necessariamente ridotto. A meno di considerare i risparmiatori italiani come subordinati alle esigenze di collocamento del debito pubblico, addossando loro una sorta di vincolo di portafoglio. Attenzione, in tal caso: poiché allo stato attuale il rischio di default sovrano resta comunque più elevato di quello di uscita dall’euro (come già scrivevamo nella notte dei tempi), ecco che non è utile avere tutte le uova nello stesso paniere. Perché, se arrivasse la ristrutturazione del nostro debito pubblico, il danno sarebbe amplificato. Quindi meditate, cari risparmiatori: Intesa e Generali, assieme, in questo momento detengono 160 miliardi di euro di debito pubblico italiano, il 7% del totale. Parte di questo possesso è per conto terzi, cioè di assicurati e clienti. Anche se Intesa da tempo ha avviato la riduzione del possesso di titoli di stato italiani sul conto proprio, l’eventuale realtà combinata sarebbe alquanto sistemica, oltre a far brillare gli occhioni del ministro del Tesoro pro tempore.

Dove vogliamo arrivare, quindi? A sensibilizzare i risparmiatori italiani, inclusi i liberi professionisti che hanno il proprio futuro previdenziale nelle mani delle casse dei rispettivi ordini. State vigili: esiste già un eccesso di concentrazione del rischio-Italia in alcuni portafogli, soprattutto pensionistici. Per tanti motivi, diciamo. Vigilate affinché questa quota non aumenti in futuro ma anzi si riduca a limiti fisiologici, legati ai benchmark internazionali. Perché, se si dovesse arrivare a ristrutturare il debito pubblico italiano, abbattendone il valore attuale netto, almeno non avrete messo tutte le uova nello stesso paniere. Anche se nulla garantisce che non sarete comunque sottoposti ad una bella patrimoniale straordinaria per aver (tra le altre cose) speculato contro la Patria.

Di unknown per Phastidio.net
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